Antonio De Lisa- La drammaturgia del comico nell'”Aulularia”di Plauto

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Antonio De Lisa- La drammaturgia del comico nell'”Aulularia”di Plauto”

La cosa più difficile è portare in teatro testi gravati da pesanti ipoteche scolastiche, testi su cui si è faticato per strappare un voto positivo in qualche prova d’esame. Questo per esempio è il caso dell’Aulularia di Plauto. Abbiamo appena assistito, insoddisfatti, a una rappresentazione della commedia plautina, che è anche un’occasione per uno spunto di riflessione.

Euclione, vecchio avaro e gretto che vive con la devota e paziente serva Stafila, nasconde in un luogo segreto una pentola (aulula in latino) piena di monete d’oro, trovata nel focolare della sua casa, dove l’aveva nascosta suo nonno. Il vecchio, sospettoso e malfidato, teme che tutti vogliano privarlo della sua fortuna. Promette sua figlia Fedria, segretamente innamorata del giovane Liconide, in moglie al ricco e stagionato Megadoro, suo vicino di casa. Euclione, temendo che qualcuno, durante i preparativi nuziali, possa rubargli la pentola con le monete d’oro, va a nasconderla altrove. Questo è uno degli elementi dinamici della commedia, un’azione che la fa andare avanti: l’incessante ricerca di un posto sicuro dove nascondere la pentola, fino a correre il rischio di essere scoperti e di attirare l’attenzione di un malintenzionato, il servo di Liconide.

Costui riesce a individuare il posto dove Euclione ha nascosto la pentola e a rubarla. Quando Euclione viene a saperlo minaccia e picchia il servo recalcitrante, che però si rifiuta di cedere la pentola. Il testo che segue è mutilo e la lacuna, come in Anfitrione, riguarda proprio una parte determinante e conclusiva. Non capiamo quindi cosa o chi autorizza le recenti messe in scena a rendere il finale  una specie di lieto fine forzato, immaginando che il servo restituisca la pentola.

E’ vero che Euclione acconsente alle nozze della figlia col giovane che l’aveva posseduta un tempo a forza e che vuole riconoscere il bimbo nato dal suo incontro con lei, ma, se ci pensiamo bene, il vecchio avaro subisce due perdite: la figlia e la pentola. Il fatto di voler vedere in Plauto un comico dalla facile presa e dalla scanzonata dinamica scenica produce questi risultati, forzando a interpretare a senso unico una commedia che è mutila, incompiuta. Solo perché è una commedia, deve terminare con un lieto fine?

Nella commedia plautina, al contrario, ci sono indizi significativi, che autorizzano una lettura più problematica della figura dell’anziano, povero e avaro. Il desiderio di possedere per lui è una vera e propria ossessione. Egli si spinge a rivendicare anche le ragnatele della sua casa e le unghie tagliate. L’ossessione è cecità: il vecchio Euclione non si accorge nemmeno che sua figlia è incinta e che sta per partorire. La stessa ossessione porta al sospetto generalizzato, fino all’avvelenamento completo dei suoi rapporti sociali, per esempio con il vicino di casa Megadoro, che pure vorrebbe aiutarlo. L’ossessione è paura, fino all’angoscia, che non lo lascia dormire. E’ pura sofferenza: l’inquietudine e il sospetto gli avvelenano la vita. L’ossessione nel suo caso ha una dimensione frenetica, che spinge chi ne è posseduto a continue verifiche e a continui spostamenti dell’oggetto. Il pensiero va sempre lì, al luogo dove ha sistemato la pentola e a chi potrebbe insidiarla. Il vecchio caduto preda di questa ossessione è nervoso e violento, soprattutto nei confronti della serva Stafila, ma anche del cuoco mandato da Megadoro a preparare il pranzo di nozze. E’ talmente cieco che non si accorge che il suo atteggiamento è francamente sgradevole per tutti, non nasconde gesti e parole che lo conducono alla paranoia. L’ossessione giunge fino ad esiti di pura disperazione: “nescio … ubi sim, aut qui sim”. Il vecchio non sa più dov’è, non sa nemmeno chi è.

Da questo punto di vista risulta completamente sfuocata una rappresentazione parodistica del testo plautino. Si sfocia nel macchiettismo più andante. Le messe in scena troppo spesso indulgono a una visione ingenua del concetto di “commedia” che, fin dalle origini, ha saputo inserire elementi di disarmonia e dissonanza nel tessuto parodico dei testi.

Anche nell’Aulularia Plauto dispiega i tre livelli del comico della parola, del comico delle situazioni e del comico dei personaggi. Un esempio del comico delle situazioni è l’esilarante dialogo tra Euclione e Liconide (che poi sposerà sua figlia). Mentre il vecchio si riferisce al furto della pentola, Liconide si riferisce allo stupro della figlia.

Liconide- Perché il misfatto che tormenta l’animo tuo l’ho combinato io, e lo confesso.
Euclione- Che mi tocca sentire da te?
Liconide- La verità.
Euclione- Che male mi son meritato da te, ragazzo, perché tu mi facessi questo e rovinassi me e i miei figli?
Liconide- Un dio mi mosse, mi spinse verso di lei.
Euclione- E come?
Liconide- Sono colpevole, lo confesso, so di essermi macchiato di una colpa. Per questo sono qui a pregarti: perché tu sia clemente e mi conceda il perdono.
Euclione- Come hai osato stender la mano su ciò che non era tuo?

Alla fine la situazione si chiarisce, ma l’equivoco è stato generato e sottoposto agli spettatori della commedia, con l’effetto esilarante che si può immaginare.

Da questi rapidi cenni emerge la necessità di una lettura del comico antico, greco e latino e soprattutto di una nuova concezione della messa in scena. Non riusciamo a vedere una commedia latina senza i frizzi e i lazzi da commedia dell’arte: attori che saltellano, capriole, genuflessioni. A che servono? Siamo stati troppo influenzati da (cattive) rappresentazioni della commedia dell’arte.

Euclione ce l’immaginiamo curvo su se stesso, dall’eloquio lento e impacciato, timido e aggressivo nello stesso tempo nei rapporti sociali. Il testo dice che è coperto di stracci, ma questo non significa abbigliato come un pupazzo. Euclione lo vediamo come una maschera tragica, che espone la sua povertà con un misto di timidezza e protervia. Si è legato a un oggetto, la pentola, ed è diventato un oggetto, nelle mani dei suoi vicini.


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